Itoldu, la social application delle promesse

Quella di cui stiamo per parlare non è (ancora) una storia di successo, ma si tratta di un’idea molto originale che dimostra quanto sia frizzante e attivo il panorama delle startup in Italia. A raccontarcela è Antonio D’Aronzo che insieme a quattro amici ha fondato Cydera s.r.l.

Antonio, ci racconti come nasce Cydera?

«Cydera nasce quando cinque giovani amici, leggendo circa la nuova possibilità di costituire una startup online senza notaio, decidono di dare vita a un progetto basato sulla comune passione per l’innovazione e l’imprenditorialità. Immediatamente il gruppo si mette al lavoro per realizzare il suo primo prodotto, una social application chiamata Itoldu (te lo avevo detto!)».

Ci spieghi meglio di cosa si tratta?

«Itoldu nasce da un interrogativo che, per certi versi, può risultare tanto banale quanto interessante: “Ti piacerebbe dire qualcosa a te stesso tra 10 anni?”. Nel nostro caso la risposta era “Sì”, ma non ci bastava un reminder, volevamo un luogo social in cui giocare con il tempo e coinvolgere il futuro, stabilendo la data di notifica dell’evento. Da questo nuovo paradigma, è nato un’insieme di nuovi utilizzi, che all’inizio non avremmo saputo nemmeno ipotizzare. Così abbiamo cominciato ad elaborare nuove caratteristiche capaci di rendere il modello di business sostenibile. Immaginiamo Procter&Gamble che promette di utilizzare a partire dal 2020 olio di palma senza deforestare. Oppure Elon Musk che organizza per il 2024 il primo viaggio con i colonizzatori di Marte. O ancora Google che si impegna ad acquistare solo energie rinnovabili a partire dal 2017. Sono promesse pubbliche che probabilmente finiranno nel dimenticatoio. Ma che impatto potranno dare in termini di credibilità quando arriveranno dal passato dimostrando chiaramente che si aveva ragione»?

Itoldu può diventare anche un potente strumento di marketing?

«Esatto! Itoldu è potenzialmente sia un innovativo strumento di marketing per personaggi pubblici e aziende, sia un vero e proprio luogo dove poter comunicare, fare previsioni e leggere le tendenze nella Community».

 

I ragazzi ci fanno una promessa pubblica – o un Told, come lo chiamano loro – dicendo che l’App sarà pronta in una sua versione di prova già da inizio Maggio. Nel frattempo sono uno dei progetti più votati dalla Community di Edison Pulse, dove si sono presentati naturalmente lanciando il Told che preannuncia un loro successo alla competition.

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CleanBnB, un anno dopo

A distanza di un anno dalla prima intervista, abbiamo incontrato nuovamente Tatiana Skachko, founder e ispiratrice del progetto di gestione di appartamenti in affitto breve CleanBnB. Allora CleanBnB era partita da poco, una startup early-stage ma con le idee chiare e un modello di business già definito.

Adesso, a che punto siete? CleanBnB è ancora una startup?

Tatiana: Certo, siamo una startup e lo restiamo fino a che non abbiamo raggiunto gli obiettivi che ci siamo dati all’inizio. In un anno sono successe tantissime cose, abbiamo imparato molto ma siamo fieri di poter dire che l’idea ha funzionato oltre le nostre aspettative. Abbiamo tenuto fede al principio del nostro progetto, cioè alti livelli di servizio e standard di qualità uniformi, selettività delle strutture e degli ospiti, e pacchetto chiavi in mano: “il proprietario non deve fare nulla, pensiamo a tutto noi”.

Quali sono i risultati di cui andate più fieri?

Tatiana: Essenzialmente due. Il primo è il posizionamento del marchio CleanBnB. Abbiamo lavorato duramente per fare quello che forse a nessuno prima era riuscito: sviluppare una brand reputation verso i proprietari, che fosse sinonimo di affidabilità, qualità e solidità indiscutibili. Non dimentichiamo che il nostro cliente è il proprietario di immobili, una persona che ci affida le chiavi di casa e che ripone in noi grandi aspettative. Ci tengo a precisarlo, i nostri clienti sono tutte persone che CleanBnB non conosceva prima di avviare l’attività. Sintomo di grande fiducia da parte del mercato.

Questa è la visione di CleanBnB che hanno i proprietari. E gli inquilini?

Tatiana: Il posizionamento lato inquilini va in parallelo, e ha tempi più lunghi ma grandi prospettive. La “gestione CleanBnB” di fatto è indicatore del livello della struttura, della sua pulizia e delle sue dotazioni, e soprattutto dei servizi operativi associati al soggiorno, dall’accoglienza all’arrivo, all’assistenza e al checkout finale. Questo evita all’inquilino sorprese in un mondo molto deregolato e privo di sistemi oggettivi di rating, quale quello degli affitti brevi.

E il secondo risultato importante?

Tatiana: Avere effettivamente sviluppato un progetto nazionale, e non limitato a Milano o a poche isolate piazze turistiche. CleanBnB lavora anzitutto su inquilini che non sono necessariamente turisti, ma che viaggiano per i motivi più disparati. Inoltre oggi siamo presenti, con una struttura locale e personale proprio, su numerose località in Italia, sviluppando un modello di business che si adatta con grande flessibilità alle caratteristiche delle realtà locali in campo immobiliare e ricettivo. Si tratta di uno sviluppo molto veloce, che ci vedrà crescere ancora molto nei prossimi mesi.

Dopo il successo della campagna di crowdfunding, quali sono i feedback dei vostri soci?

Tatiana: Molto positivi. I nostri soci sono l’anima della nostra attività, con i loro consigli e suggerimenti. Alcuni di loro stanno seguendo in prima persona lo sviluppo delle attività di CleanBnB su nuove località, con lo stesso spirito dei founders. I feedback sono sempre molto positivi, anche perché CleanBnb è una società in salute, solida finanziariamente anche grazie al modello cash flow positive, con un management esperto e pronto a correggere il tiro adeguandosi ai mutamenti del mercato e della normativa.

Proprio il mercato, in che direzione sta andando?

Tatiana: Il mercato è in espansione esponenziale, molto oltre quanto ci aspettavamo e ovviamente su tutto il territorio italiano. Il legislatore sta cercando – giustamente, a nostro avviso – di mantenere il fenomeno sotto un corretto inquadramento normativo, anche se ancora troppo disomogeneo da città a città. CleanBnB piace anche per questo: aiuta i proprietari a muoversi correttamente, mettendo a reddito i propri immobili nel pieno rispetto delle regole.

Quali le ricette per la crescita?

Tatiana: Anzitutto, potenziare il team. Abbiamo portato a bordo in questi mesi risorse eccezionali, sia operative sia manageriali. Abbiamo in corso un nuovo aumento di capitale, mirato soprattutto ad accogliere in CleanBnB persone o realtà societarie che porteranno un grande contributo di esperienza e presenza territoriale, indispensabili per crescere.

Come entrare a far parte di CleanBnB?

Tatiana: Diventando nostri soci, o proponendosi per sviluppare con noi determinate località in cui non siamo ancora presenti. Riceviamo ogni settimana numerose richieste di collaborazione. Tra le altre, abbiamo apprezzato molto quelle di altri operatori della gestione affitti brevi di dimensioni diverse dalla nostra, ma non necessariamente più piccoli e spesso presenti da più tempo sul mercato. Ci chiedono aiuto per gestire il proprio portafoglio immobiliare, in qualche caso ci hanno proposto di confluire nel progetto CleanBnB. Anche questo è un modo per crescere.

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Flark! L’app per gli incontri al buio

Può una frase magari intelligente attrarci verso un’altra persona senza vederne prima l’aspetto?  Come si fa in questi casi lasceremo rispondere al mercato. Dopo qualche mese di sviluppo, dall’idea di cinque ragazzi milanesi nasce Flark!, la prima app di dating al buio italiana. Questa app consente di conoscere persone non in base alla classica foto profilo o foto ammiccanti, bensì con una semplice frase, che deve essere comunicata dall’utente in fase di registrazione.

Come funziona Flark!

A valle dell’installazione vengono richieste al nuovo utente alcune informazioni sulle quali applicare poi dei criteri di ricerca come, fascia d’età di persone che si desidera conoscere, sesso, distanza geografica etc etc.

L’app al momento è gratuita e disponibile su Play store e iOS, ma all’utente è richiesto un account Facebook per potersi loggare, che però sfuoca l’immagine del profilo in modo tale da non rendersi visibili.

Il matching delle persone

L’unico fattore di scelta a disposizione degli altri utenti resta appunto la frase di approccio.  In caso di matching corrisposto, l’app apre una chat tra le due persone per una durata limitata di 3 giorni.  Durante i tre giorni, l’immagine apparirà sempre più visibile fino al terzo giorno, dopo il quale viene richiesto ad entrambe le persone di prendere una scelta (ricorda un po’ il programma Undressed da questo punto di vista) se interrompere la conoscenza o meno. Analizzando il tema della privacy, molto caro alla clientela consumer è la possibilità di bloccare la persona anche prima dei tre giorni, e la certezza che la propria immagine sia “invisibile” agli altri utenti.  Queste due soluzioni dovrebbero consentire una privacy quasi totalmente garantita.

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Native advertising, la pubblicità del futuro

Sono anni che ci dicono che la pubblicità tradizionale, quella interruttiva che rovina la visione di un film o l’ascolto di un programma radio, non funziona più. Nemmeno online. Ed è per questo che si è cercata una soluzione per venire incontro alle esigenze di tutti: i brand che vogliono portare ai loro lettori, soprattutto online e su cellulare, i propri contenuti in modo che siano perfettamente in linea in termini di look & feel e pertinenza all’ambiente web in cui sono pubblicati; e i lettori stessi che vogliono un contenuto che sia davvero rilevante per loro. La soluzione si chiama “Native advertising” grazie al suo modo trasparente di comunicare agli utenti, in un formato dichiaratamente pubblicitario, i valori del brand senza disturbare la navigazione online sui diversi dispositivi oggi disponibili.

I tempi sono maturi

Se ne parla da qualche tempo, ma adesso i tempi sono davvero maturi. La dimostrazione è che l’ultima edizione dello IAB Forum di Milano ha visto il native tra i protagonisti dei workshop e, cosa molto social, degli hashtag. Ma che cos’è, in pratica, il Native advertising? Detto in parole povere si tratta di contenuti di carattere pubblicitario ma che non sembrano pubblicità. I tassi di crescita a tre cifre dimostrano che questo modello sta funzionando, che gli utenti sono disposti a leggere contributi sui temi di loro interesse, anche se chiaramente sponsorizzati. Al centro c’è sempre il cliente e i suoi interessi: non ha più senso “sparare nel mucchio”, ma occorre far vedere i contenuti giusti alle persone giuste, nel momento e nel posto più opportuni. È in questo contesto che si inserisce anche il programmatic advertising: l’automatizzazione del processo di compravendita degli spazi pubblicitari, soprattutto in relazione al target.

 

L’intervista a Julien Mosse

Per fare chiarezza su questo segmento di mercato, sul native in particolare, siamo andati allo IAB Forum di Milano lo scorso 29 novembre, e abbiamo incontrato Julien Mosse, il COO di Ligatus, azienda tedesca attiva da più di dieci anni, parte al 100 percento del gruppo Gruner + Jahr, in Italia da oltre tre anni. Abbiamo chiesto a Mosse come funziona il native Ligatus.

La nostra piattaforma di annunci punta tutto sulla qualità. Abbiamo messo a punto un algoritmo che ha un solo diktat: la selezione qualitativa. Prima di tutto dei contenuti, per cui abbiamo team in tutti e nove i paesi in cui operiamo che aiutano i clienti a creare copy e progetti grafici che funzionino davvero. Ma soprattutto la qualità del network: puntiamo su una rete di publisher premium, al fine di evitare che il messaggio dei clienti finisca sui siti sbagliati. Si tratta, in particolare, di tutelare il loro brand nei contesti editoriali online, la cosiddetta brand-safety”.

Mosse ci fa nomi di clienti importanti: parla di IBM, Renault, P&G, Disney e così via. Ma noi piccole aziende? Possiamo usare questo innovativo modo di fare advertising online?

Assolutamente sì. Abbiamo una piattaforma dedicata, detta Selfbooking, che permette di fare pubblicità all’interno del network di editori premium di Ligatus mantenendo il controllo diretto. Lo strumento permette di configurare e gestire la campagna online in poco tempo e senza un budget minimo, su desktop, tablet e mobile”.

D’accordo, non c’è un budget minimo. Ma per finire sul network premium ci sarà un minimo di spesa consigliato…

In realtà si possono fare investimenti anche da 200 o 300 euro, o addirittura 100 euro!

Ci permetta una domanda “cattiva”: al di là delle questioni dei contenuti, perché una startup dovrebbe scegliere il native invece delle campagne AdWords?

Semplice: perché non sempre i volumi di ricerca sono sufficienti per avere risultati con lo strumento di Google. Oppure perché le keyword costano troppo. E in generale, se devi far conoscere la tua nuova azienda, devi puntare su un’alternativa al display advertising. I numeri dicono che questa alternativa si chiama Native”.

Insomma, il Native advertising è innegabilmente un’ottima opportunità per gli editori, ma anche per gli inserzionisti, a includere anche le startup che vogliono farsi conoscere sul Web.

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