L’auto che verrà: fra car sharing e guida autonoma, come cambia il mercato

Secondo una ricerca del Censis dello scorso anno, nel 2005 i giovani compresi tra 18 e 29 anni coprivano il 13,8% del mercato automobilistico privato; a distanza di poco più di dieci anni questa quota è scesa al 8%.

Nel 2005 i giovani compresi tra 18 e 29 anni coprivano il 13,8% del mercato automobilistico privato; a distanza di poco più di dieci anni questa quota è scesa al 8%.

Pare che, al netto di ragioni prettamente economiche (come le difficoltà occupazionali, il complicato accesso al credito, la durezza della crisi economica dal 2008 in poi), l’appeal dell’auto tra i giovani si sia ridimensionato notevolmente. Lo dimostra anche il numero di patenti rilasciate: negli ultimi 5 anni c’è stato un calo superiore alle 100.000 unità tra i giovani in età compresa tra i 18 e i 24 anni.

Ormai è chiaro che qualcosa di irreversibile è accaduto nella domanda di mobilità tanto che si può tranquillamente affermare che una quota crescente di popolazione sta assimilando nelle proprie strategie di vita la rottura del legame tra il possesso di un bene (l’auto) e il suo utilizzo. Anche sull’automobile soffia forte il vento della condivisione.

Anche sull’automobile soffia forte il vento della condivisione.

La sharing mobility è ormai una realtà tanto matura che meriterebbe un intervento pubblico (ancora, probabilmente, di là dal venire) in grado di trasformarla in un fattore capace di ridurre la congestione delle nostre città.

La sfida del car sharing

La sfida dell’auto condivisa (car sharing) è tutto sommato semplice: ridurre il numero complessivo di auto aumentandone contemporaneamente la possibilità di utilizzo.

Oggi il car sharing italiano interessa una trentina di città e dispone di circa 5.500 veicoli condivisi di cui il 15% a trazione elettrica. Il che è interessante in quanto rende il parco auto condivise complessivamente più sostenibile di quello medio italiano, reso obsoleto anche per effetto della crisi economica.

Oggi il car sharing italiano interessa una trentina di città e dispone di circa 5.500 veicoli condivisi di cui il 15% a trazione elettrica.

Ovviamente, come successo a Milano a partire dal 2013, il punto di svolta (e il vero boom) del car sharing si avrà con l’introduzione in tutta Italia del car sharing a flusso libero. Il cambiamento avviene sia dal punto di vista qualitativo che quantitativo, in primo luogo perché permette di prelevare e depositare un’auto condivisa all’interno di una zona molto ampia e non più solo in specifiche stazioni. Inoltre, per il numero dei veicoli messi a disposizione dagli operatori privati che, a Milano, ad esempio, sono aumentati di quasi il 100% portando i noleggi da poco meno di 200 mila a quasi 7 milioni!

Oltre ai cambiamenti collettivi relativi ai comportamenti, vanno segnalati i rilevanti cambiamenti sul fronte tecnologico che cercano di intercettare la crescente e diffusa attenzione verso i temi della sicurezza e dell’ambiente.

Tutto ruota attorno allo “zero”

La proiezione sull’auto che verrà ecco che ruota, pertanto, attorno allo “zero”, emissioni zero e incidenti zero, e vede come protagonisti l’auto elettrica (che, tuttavia, in termini di congestione non migliora per nulla la situazione attuale) e l’auto senza guidatore, che abbraccia il fascino per la robotica e la tecnologia spinta tipica della nostra epoca.

Sebbene sia considerata da molti come il futuro della mobilità, quella dell’auto elettrica sembra una parabola che stenta assai ad impennarsi. I dati italiani oggi parlano di una lieve crescita della quota di mercato dell’auto elettrica (tuttavia pari allo 0,09% del totale). Nonostante ciò, Tesla resta ottimista e parla di stime pari a mezzo milione di auto prodotte nel 2018.

Sebbene sia considerata da molti come il futuro della mobilità, quella dell’auto elettrica sembra una parabola che stenta assai ad impennarsi.

Ma l’auto elettrica stenta in tutta Europa con la rilevante eccezione (la classica eccezione che conferma la regola?) della Norvegia dove gira il 17,3% dell’intero parco elettrico europeo e dove, non a caso, si pensa di bandire l’auto a combustione interna a partire dal 2025.

La guida autonoma

Per quanto attiene all’auto a guida autonoma, destinata a ridurre gli incidenti stradali, a cimentarsi saranno, probabilmente, nomi altisonanti quali Google, Tesla e Uber mentre Apple ha recentemente annunciato il suo abbandono.

La prospettiva dell’auto a guida autonoma sembra essere più vicina di una diffusione su larga scala dell’auto elettrica.

E così se la realtà industriale parla di un elettrico che ha una quota di mercato infinitesimale, la visione “zero incidenti” si affida a un futuro in cui l’auto a guida autonoma dovrà spazzare via tutti i costi sociali e ambientali generati dalle quattro ruote. Secondo un recente studio di Boston Consulting Group, infatti, l’auto senza guidatore ridurrà del 60% il numero di automobili sulle strade, taglierà l’80% delle emissioni e il 90% degli incidenti stradali.

L’auto senza guidatore ridurrà del 60% il numero di automobili sulle strade, taglierà l’80% delle emissioni e il 90% degli incidenti stradali.

In altre parole, la prospettiva dell’auto a guida autonoma sembra essere più vicina di una diffusione su larga scala dell’auto elettrica.

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Itoldu, la social application delle promesse

Quella di cui stiamo per parlare non è (ancora) una storia di successo, ma si tratta di un’idea molto originale che dimostra quanto sia frizzante e attivo il panorama delle startup in Italia. A raccontarcela è Antonio D’Aronzo che insieme a quattro amici ha fondato Cydera s.r.l.

Antonio, ci racconti come nasce Cydera?

«Cydera nasce quando cinque giovani amici, leggendo circa la nuova possibilità di costituire una startup online senza notaio, decidono di dare vita a un progetto basato sulla comune passione per l’innovazione e l’imprenditorialità. Immediatamente il gruppo si mette al lavoro per realizzare il suo primo prodotto, una social application chiamata Itoldu (te lo avevo detto!)».

Ci spieghi meglio di cosa si tratta?

«Itoldu nasce da un interrogativo che, per certi versi, può risultare tanto banale quanto interessante: “Ti piacerebbe dire qualcosa a te stesso tra 10 anni?”. Nel nostro caso la risposta era “Sì”, ma non ci bastava un reminder, volevamo un luogo social in cui giocare con il tempo e coinvolgere il futuro, stabilendo la data di notifica dell’evento. Da questo nuovo paradigma, è nato un’insieme di nuovi utilizzi, che all’inizio non avremmo saputo nemmeno ipotizzare. Così abbiamo cominciato ad elaborare nuove caratteristiche capaci di rendere il modello di business sostenibile. Immaginiamo Procter&Gamble che promette di utilizzare a partire dal 2020 olio di palma senza deforestare. Oppure Elon Musk che organizza per il 2024 il primo viaggio con i colonizzatori di Marte. O ancora Google che si impegna ad acquistare solo energie rinnovabili a partire dal 2017. Sono promesse pubbliche che probabilmente finiranno nel dimenticatoio. Ma che impatto potranno dare in termini di credibilità quando arriveranno dal passato dimostrando chiaramente che si aveva ragione»?

Itoldu può diventare anche un potente strumento di marketing?

«Esatto! Itoldu è potenzialmente sia un innovativo strumento di marketing per personaggi pubblici e aziende, sia un vero e proprio luogo dove poter comunicare, fare previsioni e leggere le tendenze nella Community».

 

I ragazzi ci fanno una promessa pubblica – o un Told, come lo chiamano loro – dicendo che l’App sarà pronta in una sua versione di prova già da inizio Maggio. Nel frattempo sono uno dei progetti più votati dalla Community di Edison Pulse, dove si sono presentati naturalmente lanciando il Told che preannuncia un loro successo alla competition.

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Cyber security, la corsa all’oro delle startup

L’ultimo cyber attacco ad una delle grandi potenze informatiche come Yahoo è stato ciò che ha scatenato un allarme arrivato sin sulla scrivania del segretario generale dell’Onu.  Anche in Italia quindi prende sempre più importanza l’esigenza di creare poli di eccellenza capaci di sviluppare tecnologie di difesa dagli attacchi cyber. A tale proposito balza agli onori della cronaca il programma di accelerazione lanciato da Luiss Enlabs – uno degli incubatori delle startup più importanti d’Europa – per le giovani imprese che si occupano di cyber security. Il progetto, denominato Security Challenge, prevede importanti partner come Cisco Systems, LVenture Group (società di venture capital quotata in borsa), Infocert e Ntt Data. L’obbiettivo è lo sviluppo di startup ad alto potenziale, in grado di risolvere le maggiori sfide della sicurezza informatica globale.

 

Dopo una fase di pre-accelerazione della durata di tre mesi, a cui ha fatto seguito la presentazione durante la Security Challenge Pitch Night (tenutasi a Roma alla fine del 2016)  sono stati ammessi allo stadio successivo diversi soggetti tra cui:

SpidChain, una startup che sviluppa sistemi di sicurezza basati sulla blockchain, tecnologia alla base dei bitcoin;
Big Profiles, che ha sviluppato un algoritmo capace di profilare i clienti delle aziende;
Nablasec, focalizzata sul trasferimento in sicurezza di grandi quantità di file in tempi brevi.

Il mercato della Cyber security nel 2015 ha raggiunto un giro d’affari globale di 75 miliardi di dollari

Il settore della cyber security rappresenta ad oggi un mercato strategico e in forte crescita. Nel 2015 ha raggiunto un giro d’affari di 75 miliardi di dollari a livello globale.  Ecco perché colossi dell’informatica come Cisco o la giapponese Ntt Data seguono con attenzione iniziative come quella di Luiss Enlabs.

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Attacchi DDoS, quanto guadagnano i cyber criminali?

Gli esperti di Kaspersky Lab hanno studiato la disponibilità di servizi DDoS sul mercato nero e hanno riscontrato una forte crescita ed evoluzione di questo business illegale e un aumento della sua profittabilità. La notizia allarmante è che eseguire un attacco di questo tipo costa solamente 7$ all’ora, mentre l’azienda presa di mira può perdere migliaia, se non milioni, di dollari.

Il modo in cui opera il servizio, nell’eseguire un attacco DDoS sul mercato nero, non è così diverso da come accade nel business legale. L’unica differenza è l’assenza di contatto diretto tra provider e cliente. Il ‘service provider’ mette a disposizione un sito in cui i clienti, dopo essersi registrati, possono selezionare il servizio di cui hanno bisogno, pagarlo e ricevere un report sugli attacchi. In alcuni casi si ha persino un programma fedeltà clienti: si ricevono premi o bonus per ogni attacco.

Il costo cambia in base ad alcuni fattori. Come tipo di attacco e la sua fonte: per esempio, una botnet creata da device IoT noti costa meno rispetto una botnet di server. Tuttavia, non tutti i provider che forniscono gli attacchi specificano queste informazioni. Un altro fattore è la durata dell’attacco (misurata in secondi, ore e giorni) e il luogo in cui si trova il cliente. Gli attacchi DDoS su siti in inglese, per esempio, sono di solito più costosi rispetto ad attacchi simili su siti in russo.

Un altro grande fattore che influisce sul costo è il tipo di vittima. Gli attacchi a siti del governo e a risorse protette da soluzioni specifiche anti-DDoS sono molto più costosi; i primi, infatti, sono ad alto rischio, i secondi sono più difficili da attaccare. Per esempio, su un sito DDoS-as-a-service, il costo di un attacco a un sito non protetto varia dai 50$ ai 100$, mentre un attacco a un sito protetto costa 400$ o più.

Questo significa che il costo di un attacco DDoS può variare da 5$ per un attacco di 300 secondi, a 400$ per 24 ore. Il costo medio di un attacco è sui 25$ all’ora. Gli esperti di Kaspersky Lab hanno anche riscontrato che un attacco, usando una botnet basata su cloud di 1000 desktop, costa ai provider circa 7$ l’ora. Pertanto i cyber criminali che eseguono attacchi DDoS guadagnano circa 18$ all’ora.

I cyber criminali possono guadagnare anche in un altro modo: possono richiedere un riscatto all’azienda presa di mira, per non eseguire un attacco DDoS o annullare un attacco in esecuzione. La somma richiesta può essere l’equivalente in bitcoin di migliaia di dollari, per questo motivo un attacco può avere una redditività del 95%. Di fatto, chi programma l’estorsione non ha nemmeno bisogno dei mezzi per eseguire l’attacco: alcune volte è sufficiente la semplice minaccia.

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Growth Hacking, iI futuro del marketing online e offline

Le nuove frontiere del digital marketing hanno un nome preciso: growth hacking. Con questo termine si fa riferimento a un processo di sperimentazione rapida e continua che ha l’obiettivo di trovare la giusta combinazione di azioni per una significativa crescita del business che tenga conto sia del prodotto che delle diverse strategie di marketing.

Il Growth Hacking è un processo di sperimentazione rapida e continua che ha l’obiettivo di trovare la giusta combinazione di azioni per una significativa crescita del business

Cos’è il Growth Hacking

Ma cos’è il Growth Hacking esattamente e come nasce? Dal momento della comparsa di questo termine, coniato dall’imprenditore americano Sean Ellis nel 2010, la rete sta esponenzialmente aumentando la produzione di contenuti su cos’è il growth hacking a testimonianza di un sempre crescente interesse.

Il termine Growth Hacking fu coniato dall’imprenditore americano Sean Ellis nel 2010.

Tutti sono d’accordo nel vedere in questo processo una mentalità nuova e innovativa (o un mindset differente) piuttosto che una strategia di marketing vera e propria.
Gli strumenti di base di un growth hacker sono questi: l’ottimizzazione dei contenuti per i motori di ricerca tramite la SEO,  utilizzare i canali social per aumentare la propria visibilità, si cerca di instaurare un rapporto con i clienti, fidelizzandoli tramite l’email marketing, ma soprattutto una continua analisi dei dati per capire veramente quello che sta funzionando e quello che invece può essere migliorato al fine di utilizzare il proprio budget nella maniera migliore possibile.

Growth Hacking, perfetto per le startup

Nelle sue fasi iniziali, il growth hacking viene adottato soprattutto dalle startup e dalle piccole e medie imprese sia perché lo scopo comune è la crescita esponenziale, sia perché si parla di strategie a basso costo e che hanno lo scopo di ottimizzare le risorse disponibili cercando di ottenere i migliori risultati possibili in relazione al budget a disposizione.

Grande importanza viene poi data al prodotto cercando di raggiungere il cosiddetto Product Market Fit (PMF): infatti i growth hacker credono fortemente che la prima forma di marketing o pubblicizzazione di un prodotto o di un azienda debba essere il prodotto stesso.

I growth hacker credono fortemente che la prima forma di marketing o pubblicizzazione di un prodotto o di un azienda debba essere il prodotto stesso.

Offrendo infatti alle persone un prodotto “perfetto”, nell’ottica di una risposta vera ai loro bisogni, farà sì che questi lo raccomandino a parenti e amici, pubblicizzando così gratuitamente il prodotto/servizio e, di conseguenza, l’azienda che lo produce.

La strategia: obiettivi e test

Nel growth hacking si inizia con una piccola strategia dagli obiettivi contenuti, ma che devono essere chiari e misurabili, per poi iniziare, come detto, a testare. A obiettivi raggiunti, il passo successivo sarà quello di allargare la strategia aumentando, per esempio, il numero di futuri potenziali clienti.

Nel growth hacking si inizia con una piccola strategia dagli obiettivi contenuti, ma che devono essere chiari e misurabili, per poi iniziare a testare.

Se invece l’obiettivo è stato mancato, fai un passo indietro e analizza le azioni fatte. Lo scopo è cercare di capire dove hai sbagliato, se nella targhettizzazione del pubblico, nel messaggio scritto, nel canale usato e provare a inserire delle varianti in uno o più punti. Quello che si fa quindi è ripartire, rianalizzare, aumentare e correggere fino a quando non si sarà trovata la combinazione di elementi più giusta per la tua impresa o per la vendita del prodotto o servizio.

Questo articolo è solo l’introduzione a un argomento considerato come il futuro del marketing e come una “scienza” in continua evoluzione. Per questo motivo continueremo a proporvi articoli sul tema e a farvi conoscere di più sul growth hacking.

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CleanBnB, un anno dopo

A distanza di un anno dalla prima intervista, abbiamo incontrato nuovamente Tatiana Skachko, founder e ispiratrice del progetto di gestione di appartamenti in affitto breve CleanBnB. Allora CleanBnB era partita da poco, una startup early-stage ma con le idee chiare e un modello di business già definito.

Adesso, a che punto siete? CleanBnB è ancora una startup?

Tatiana: Certo, siamo una startup e lo restiamo fino a che non abbiamo raggiunto gli obiettivi che ci siamo dati all’inizio. In un anno sono successe tantissime cose, abbiamo imparato molto ma siamo fieri di poter dire che l’idea ha funzionato oltre le nostre aspettative. Abbiamo tenuto fede al principio del nostro progetto, cioè alti livelli di servizio e standard di qualità uniformi, selettività delle strutture e degli ospiti, e pacchetto chiavi in mano: “il proprietario non deve fare nulla, pensiamo a tutto noi”.

Quali sono i risultati di cui andate più fieri?

Tatiana: Essenzialmente due. Il primo è il posizionamento del marchio CleanBnB. Abbiamo lavorato duramente per fare quello che forse a nessuno prima era riuscito: sviluppare una brand reputation verso i proprietari, che fosse sinonimo di affidabilità, qualità e solidità indiscutibili. Non dimentichiamo che il nostro cliente è il proprietario di immobili, una persona che ci affida le chiavi di casa e che ripone in noi grandi aspettative. Ci tengo a precisarlo, i nostri clienti sono tutte persone che CleanBnB non conosceva prima di avviare l’attività. Sintomo di grande fiducia da parte del mercato.

Questa è la visione di CleanBnB che hanno i proprietari. E gli inquilini?

Tatiana: Il posizionamento lato inquilini va in parallelo, e ha tempi più lunghi ma grandi prospettive. La “gestione CleanBnB” di fatto è indicatore del livello della struttura, della sua pulizia e delle sue dotazioni, e soprattutto dei servizi operativi associati al soggiorno, dall’accoglienza all’arrivo, all’assistenza e al checkout finale. Questo evita all’inquilino sorprese in un mondo molto deregolato e privo di sistemi oggettivi di rating, quale quello degli affitti brevi.

E il secondo risultato importante?

Tatiana: Avere effettivamente sviluppato un progetto nazionale, e non limitato a Milano o a poche isolate piazze turistiche. CleanBnB lavora anzitutto su inquilini che non sono necessariamente turisti, ma che viaggiano per i motivi più disparati. Inoltre oggi siamo presenti, con una struttura locale e personale proprio, su numerose località in Italia, sviluppando un modello di business che si adatta con grande flessibilità alle caratteristiche delle realtà locali in campo immobiliare e ricettivo. Si tratta di uno sviluppo molto veloce, che ci vedrà crescere ancora molto nei prossimi mesi.

Dopo il successo della campagna di crowdfunding, quali sono i feedback dei vostri soci?

Tatiana: Molto positivi. I nostri soci sono l’anima della nostra attività, con i loro consigli e suggerimenti. Alcuni di loro stanno seguendo in prima persona lo sviluppo delle attività di CleanBnB su nuove località, con lo stesso spirito dei founders. I feedback sono sempre molto positivi, anche perché CleanBnb è una società in salute, solida finanziariamente anche grazie al modello cash flow positive, con un management esperto e pronto a correggere il tiro adeguandosi ai mutamenti del mercato e della normativa.

Proprio il mercato, in che direzione sta andando?

Tatiana: Il mercato è in espansione esponenziale, molto oltre quanto ci aspettavamo e ovviamente su tutto il territorio italiano. Il legislatore sta cercando – giustamente, a nostro avviso – di mantenere il fenomeno sotto un corretto inquadramento normativo, anche se ancora troppo disomogeneo da città a città. CleanBnB piace anche per questo: aiuta i proprietari a muoversi correttamente, mettendo a reddito i propri immobili nel pieno rispetto delle regole.

Quali le ricette per la crescita?

Tatiana: Anzitutto, potenziare il team. Abbiamo portato a bordo in questi mesi risorse eccezionali, sia operative sia manageriali. Abbiamo in corso un nuovo aumento di capitale, mirato soprattutto ad accogliere in CleanBnB persone o realtà societarie che porteranno un grande contributo di esperienza e presenza territoriale, indispensabili per crescere.

Come entrare a far parte di CleanBnB?

Tatiana: Diventando nostri soci, o proponendosi per sviluppare con noi determinate località in cui non siamo ancora presenti. Riceviamo ogni settimana numerose richieste di collaborazione. Tra le altre, abbiamo apprezzato molto quelle di altri operatori della gestione affitti brevi di dimensioni diverse dalla nostra, ma non necessariamente più piccoli e spesso presenti da più tempo sul mercato. Ci chiedono aiuto per gestire il proprio portafoglio immobiliare, in qualche caso ci hanno proposto di confluire nel progetto CleanBnB. Anche questo è un modo per crescere.

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PMI e Startup innovative, relazione annuale 2016

Una fotografia (aggiornata a dicembre 2016) relativa allo stato di attuazione e all’impatto delle policy per le startup innovative e le PMI innovative è stata recentemente effettuata dal MiSE attraverso la Relazione Annuale 2016.

È proseguito nel 2017 l’iter normativo (cominciato, nel 2012, con il DL Crescita 2.0 e rafforzato, nel 2015, con il DL Investment Compact), con la Legge di Bilancio 2017 che ha rafforzato gli incentivi agli investimenti in equity.

Rammentiamo in questa sede che le misure di sostegno attive sono le seguenti:

  • Costituzione online e gratuita
  • Accesso gratuito a #ItalyFrontiers
  • Esonero da diritti camerali e bolli
  • Disciplina societaria flessibile
  • Ripianamento perdite più facile
  • No disciplina società di comodo
  • Disciplina del lavoro su misura
  • Stock option e work-for-equity
  • Incentivi investimento in equity
  • Equity crowdfunding
  • Facilitazioni accesso al credito
  • Supporto ad hoc dell’Agenzia ICE
  • Smart&Start e Invitalia Ventures
  • Italia Startup Visa

Le novità

La Legge di Bilancio 2017 e le misure connesse introducono una serie di rilevanti novità.

Le startup innovative possono redigere l’atto costitutivo e le sue successive modifiche anche mediante una piattaforma web dedicata

In primo luogo, una nuova modalità di costituzione online, con firma digitale, a costo zero: le startup innovative possono redigere l’atto costitutivo e le sue successive modifiche anche mediante una piattaforma web dedicata, utilizzando un modello standard tipizzato, personalizzabile, e facendo ricorso alla firma digitale. L’utilizzo dello strumento è gratuito e caratterizzato da una forte disintermediazione, non richiedendo necessariamente l’intervento di professionisti (es. notaio).

A seguire, segnaliamo la possibilità di fruire di una vetrina digitale: #ItalyFrontiers, allo scopo di creare opportunità di open innovation. Trattasi di una piattaforma online, gratuita e in doppia lingua per promuovere la visibilità delle startup e PMI innovative verso investitori e altre imprese interessate a fare innovazione aperta. Ogni impresa ha una pagina dedicata composta da: una parte rigida, con i dati ufficiali del Registro Imprese; un’altra personalizzabile, multimediale e compilabile su base volontaria. Qui le imprese possono descrivere lo stadio di sviluppo del prodotto o servizio offerto, le caratteristiche del team imprenditoriale, i mercati di interesse, l’eventuale associazione a incubatori certificati. Attraverso l’inserimento di tre tag autodescrittivi possono descrivere la propria attività in modo più flessibile e preciso rispetto a quanto consentito dalla codificazione Ateco.

Startup innovative e investimenti

Incentivi all’investimento più forti al passo con le best practice europee. La Legge di Bilancio 2017 stabilizza l’incentivo, rendendolo strutturale (non saranno cioè più necessari rinnovi annuali) e rafforza, armonizzandole, le aliquote: dal 19% al 30% la detrazione IRPEF per gli investimenti effettuati da persone fisiche, dal 20% al 30% la deduzione dall’imponibile IRES per gli investimenti di persone giuridiche fino a 1,9 milioni di euro. Tetto massimo per la detrazione Irpef: da 500 mila euro a 1 milione di euro. Holding period: da 2 anni a 3 anni. Inoltre, per le PMI innovative viene eliminata la distinzione tra ± 7 anni.

Credito d’imposta R&S

Credito d’imposta R&S: la legge di Bilancio 2017 potenzia ulteriormente la misura. L’aliquota dell’incentivo, in precedenza pari al 25% delle spese incrementali rispetto alla media 2012/14, è portata al 50% (con estensione fino al 2020). Inoltre, non sussiste più la differenziazione di aliquota tra spese intra/extra-muros e fra personale qualificato/non qualificato. Il beneficio fiscale massimo è innalzato da 5 a 20 milioni di euro.

Da segnalare, infine, la cosiddetta «Startup sponsor», ovvero la cessione delle perdite delle startup a società quotate.

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FabriQ Acceleration Program 2017

FabriQ, l’incubatore di innovazione sociale del Comune di Milano, gestito operativamente da un’ATI composta da Fondazione Giacomo Brodolini e Impact Hub Milano, da poche settimane ha lanciato il FabriQ Acceleration Program 2017. Si tratta di un Programma rivolto a startup innovative a impatto sociale per prepararle nell’investment readiness, attraverso un premio in sei mesi di servizi di accelerazione e Seed Money.

Qui trovate i dettagli del Programma. Le candidature possono essere presentate fino al 26/3.

 

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Reati sul lavoro: frodi informatiche e infedeltà aziendale al primo posto

Crimini informatici e infedeltà di dipendenti, dirigenti e amministratori sono al primo posto (67% delle citazioni) tra le frodi più temute dalle imprese italiane: è quanto emerge dall’analisi condotta da Axerta, la maggiore società italiana di investigazioni aziendali, che ha interpellato 164 professionisti della sicurezza aziendale.

4 aziende su 10 subiscono frodi da parte di dipendenti, dirigenti o amministratori

Gli altri illeciti più temuti sul posto di lavoro sono le frodi sugli acquisti (53%), i furti e gli atti vandalici (40%), lo spionaggio industriale (33%), l’assenteismo e il furto di materie prime (27%). Per prevenire le frodi e tutelarsi nei confronti dei collaboratori infedeli, le imprese fanno ricorso sempre più spesso ai servizi di investigazione privata, che oggi sono accessibili anche alla Pubblica amministrazione.

Più del 40% delle imprese italiane subisce qualche forma di frode da parte dei propri dipendenti o amministratori, con ingenti danni economici

“Più del 40% delle imprese italiane subisce qualche forma di frode da parte dei propri dipendenti o amministratori, con ingenti danni economici”, spiega Vincenzo Francese, amministratore unico di Axerta. “Per correre ai ripari, le aziende ci commissionano diverse tipologie di indagini, che possono andare dalla ricerca di prove su danni e ammanchi alle indagini su singoli dipendenti fino alle indagini pre-assunzione, quando si va alla ricerca di candidati per posizioni particolarmente delicate, o pre-collaborative, per le operazioni di business”.

Nel 90% dei casi, le indagini portano all’individuazione dei responsabili

Le indagini antifrode condotte nelle aziende in media portano all’individuazione dei responsabili nel 90% dei casi, mentre nel 5% dei casi emergono situazioni non punibili (per esempio quando il danno è stato generato da errori nella reportistica o da processi non imputabili al dolo dei dipendenti oppure quando trasferimenti o dimissioni hanno fatto cessare gli illeciti). I responsabili individuati rischiano sia sanzioni aziendali sia sanzioni penali.

Gli illeciti più temuti dalle aziende italiane

Crimini informatici 67%
Infedeltà dei dipendenti 67%
Frodi sugli acquisti 53%
Furti 40%
Atti vandalici 40%
Spionaggio industriale 33%
Assenteismo 27%
Furto di materie prime 27%

Fonte: Axerta, 2016

Per informazioni: Axerta

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Parte Earth 2050, il progetto di Kaspersky Lab per prevedere il futuro

Come sarà il mondo nel 2050? È dura rispondere a una domanda del genere, ma Kaspersky Lab, azienda globale di cyber sicurezza, ci prova. In occasione dei suoi 20 anni nel settore, annuncia il lancio di Earth 2050, un progetto multimediale interattivo che raccoglie le previsioni sugli sviluppi sociali e tecnologici che avverranno nei prossimi 30 anni. Kaspersky Lab ha collaborato con il futurologo Ian Pearson, integrato le sue previsioni con quelle dei suoi ricercatori e discusso con artisti e scienziati per sviluppare una visione realistica di questo futuro non così distante. Gli utenti possono aiutare a dar forma a questa visione del futuro scoprendo le oltre 200 previsioni online e condividendo la loro visione affinché sia pubblicata sul sito Earth 2050.

A cosa serve il progetto Earth 2050?

Kaspersky Lab vuole comprendere come sarà il mondo in un futuro prossimo, per capirne meglio le sfide. Ad esempio, se le nostre vite saranno completamente digitalizzate, come gestiremo la nostra privacy? Se le persone si faranno impiantare tutti i loro dispositivi e archivieranno le loro informazioni nel cloud, come proteggeranno i loro dati? E ancora più importante per Kaspersky Lab: se non ci saranno più endpoint, il settore si adatterà rapidamente offrendo soluzioni di sicurezza che rispondano alle necessità dei consumatori, indipendentemente dal dispositivo utilizzato in ciascun momento?

Kaspersky Lab vuole comprendere come sarà il mondo in un futuro prossimo, per capirne meglio le sfide.

Andrey Lavrentyev, Head of Technology Research Department di Kaspersky Lab, ha commentato: “Tutte le previsioni presenti su Earth 2050 possono diventare realtà in pochi decenni. Earth 2050 non è solo un esercizio creativo per noi. Negli ultimi 20 anni, gli esperti di Kaspersky Lab hanno lottato contro il crimine informatico e hanno seguito l’evoluzione delle minacce. Sono quindi in grado di condividere le loro conoscenze e la loro expertise e – in molti casi – incoraggiare gli utenti a fare una riflessione sulla sicurezza delle future tecnologie. Sebbene le nuove invenzioni possano essere sorprendenti – come le auto senza pilota, le infrastrutture intelligenti e la possibilità di condividere in tempo reale i dati sanitari tra medici di tutto il mondo – possono ancora ingannarci. Ciascuna di esse, infatti, comporta un intero mondo di nuove opportunità che i cyber criminali possono sfruttare”.

Earth 2050 adesso

Attualmente Earth 2050 include le previsioni per 80 città in tutto il mondo. Gli utenti possono selezionare ciascuna città e veder apparire i pronostici in cima alla mappa. Il portale è suddiviso in tre categorie temporali – 2030, 2040 e 2050 – ciascuna delle quali comprende le previsioni di esperti riconosciuti nel loro campo. Ad esempio, gli utenti possono scoprire le idee di Ian Pearson e diversi esperti di Kaspersky Lab su cosa riservi il futuro.

Attualmente Earth 2050 include le previsioni per 80 città in tutto il mondo

Il forum non si limita alle previsioni scritte: Earth 2050 contiene inoltre 12 panorami di città come Barcellona e Shanghai fruibili attraverso i dispositivi per la realtà virtuale, oltre a illustrazioni di altri aspetti della nostra vita futura. Gli utenti potranno così avere una visione a 360° di come saranno le città del futuro. Saremo in grado di modificare l’aspetto di ogni persona che incontriamo per strada? Inventeremo un vestito che cambia stile? Le auto senza pilota saranno i taxi del futuro? Vedremo pubblicità durante il sonno? Queste domande sono solo una minima parte di quello che gli utenti potranno trovare sul sito.

Compilando un modulo online è possibile partecipare al progetto Earth 2050

Compilando un modulo i visitatori potranno aggiungere sul portale le proprie idee, che verranno pubblicate dopo aver superato il processo di approvazione del team editoriale. Gli utenti potranno discutere delle attuali previsioni e contribuire inviando le proprie. I nuovi contenuti degli esperti e le previsioni provenienti da altre fonti verranno frequentemente pubblicati sul sito. “Ci auguriamo di vedere molti altri nomi sul portale e di riuscire a incoraggiare gli utenti e i visitatori del sito a inviarci le loro idee più pazze su cosa si aspettano dal futuro”, ha aggiunto Andrey Lavrentyev.

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